venerdì 4 marzo 2011

I membri della nostra associazione sono il nostro messaggio!




Salve amici! Il nostro staff composto da esperti del settore sportivo e medico è ora a vostra completa disposizione per trattare in video di argomenti inerenti alla cura della vostra salute sportiva.
I nostri soci e collaboratori presteranno il loro volto e le loro competenze all'iniziativa "Pillole di...", fornendo a voi amici, brevemente, in pillole per l'appunto, informazioni, curiosità, rimedi su patologie o sulla pratica sportiva in generale.
Siamo sempre pronti ad ascoltarvi: se avete qualche argomento che vi sta a cuore potete scriverci a info@apams.eu , ma anche sul blog e su Facebook e saremo ben lieti di ascoltarvi e mettere le nostre competenze a disposizione di tutti!
Seguiteci numerosi sul canale You Tube apamsport...perchè ora i nostri soci diventeranno il nostro messaggio!

Valentina Capezzuto 

lunedì 21 febbraio 2011

Ti scatterò una foto!


Noi dell'apams amiamo immortalare i nostri e i vostri momenti più belli scattando fotografie. Abbiamo pensato di raccogliere quelle più significative per noi e i nostri atleti per condividere con voi tutte le emozioni dello sport.
La community apams si espande! Ora avete la possibilità di seguirci anche su Flickr.



martedì 15 febbraio 2011

Caterina Kensbock: dopo l'infortunio voglio riscoprire il piacere di giocare a calcio!



Oggi un altro contributo importante è giunto in redazione per l'iniziativa "La testa nel pallone!". Caterina Kensbock, d'origine tedesca, è una giovane promessa della squadra di calcio femminile Carpisa Yamamay. Ha raccontato a noi dell'apams della sua passione per il calcio e di come sia riuscita a superare un grave infortunio che l'anno scorso l'ha costretta quasi ad abbandonare il gioco. Ma la sua forza di volontà e la professionalità di chi l'ha seguita sono stati determinanti per le ripresa. Ringraziamo Caterina per il suo appassionato racconto.

"A dirla tutta il calcio non è stato l’unico sport che adoravo da piccolina; ero interessata anche ad altre attività, ma ad un certo punto il calcio ha preso il sopravvento. Come di preciso è iniziata questa mia passione non saprei dire, ma sicuramente avranno contribuito anche mio padre che, lasciandomi libera nelle mie scelte, mi portava spesso nel parco a giocare e i miei cugini e mio zio che puntualmente quando venivo in Italia mi portavano allo stadio con loro.
Quando si inizia a praticare uno sport, si inizia e basta, non pensi a chi è destinato o chi dovrebbe praticarlo. Credo che ogni tipo di sport è praticabile da tutti, l’importante è davvero volerlo e crederci.
In Germania mi dicevano sempre: “Si vede che sei tedesca, ma che hai l’animo italiano”. Questa descrizione la ricordo sempre col sorriso, riconoscendomi in quanto dicevano. Ho vissuto in Germania per 16 anni, ma ogni estate venivo qui in Italia per le vacanze estive. La realtà è che ho riscontrato qui il calore e l’affetto dello persone che mi ha convinto a fare questo passo importante: trasferirmi! Ogni tanto ripenso a questa mia scelta e mi rattristo pensando a cosa ho lasciato: Berlino è una metropoli, una città che ti offre molte, soprattutto a livello lavorativo, ma credo che alla fine tra lo svegliarsi con il sole e con il grigio ci sia una netta differenza.
Giocavo già a Berlino e prima di trasferirmi mi sono assicurata di trovare una squadra italiana: la mia avventura calcistica italiana è iniziata con la Salernitana e ora, da due anni, gioco a Napoli con il Carpisa Yamamay.
Per quanto possa adorare questo sport, credo che comunque il calcio, soprattutto femminile e in Italia (la situazione all’estero è ben diversa credo) non possa garantire niente di concreto per il futuro. E’ anche per questo che ho deciso di continuare a studiare, cosa che oltre ad essere necessaria, a volte è anche piacevole. Conciliare tutte le cose è davvero difficile: ci vogliono sacrifici e tanta determinazione, ma alla fine se è qualcosa che piace niente pesa e tutto si può fare.
Ancora scuoto la testa se penso all’anno passato. Mi sono infortunata durante un allenamento al legamento crociato e ho dovuto rinunciare a giocare per un po’. Questo inaspettato e lungo stop ha impedito di esprimermi al meglio e di dimostrare la mia voglia di far bene in questa nuova squadra. L’infortunio è avvenuto a gennaio e dato che il legamento non era del tutto rotto ho deciso di continuare a giocare, anche se rischiando. Vuoi per un motivo vuoi per un altro (e soprattutto perché eravamo ad un passo dalla A1) ho voluto crederci e ho posticipato a fine stagione l’intervento. Non rimpiango di averlo fatto, ma alla fine non siamo neanche riuscite nel nostro intento e un po’ di amarezza è rimasta…
Molte persone, soprattutto i familiari, vedendo certi infortuni e certe situazione cercano sempre di distoglierti da questa passione o  dissuaderti e devo ammettere che per un periodo avevo deciso di non giocare più, consapevole che comunque pur tornando presto in campo, non avrei potuto dare quando desideravo. Forse anche a causa dell’intervento, non avevo né stimoli né voglia di continuare, ma le domeniche a casa o comunque quelle lontane da un campo di gioco mi rattristivano e mi hanno dato la forza di continuare a crederci. Ho ripreso, anche in tempi veloci, grazie a tante persone che mi hanno sostenuto sia nel recupero fisico che mentale: credetemi una persona dopo un infortunio è un po’ demoralizzata, può essere davvero terrificante e stressante!
Ho voluto continuare, continuare a credere in questa squadra. I motivi sono fondamentalmente due, il primo è un buon affiatamento col gruppo delle giocatrici e il secondo uno staff convincente ed energico.
Il nostro campionato non è iniziato in modo brillante, ma credo che in ogni cosa e in ogni squadra esistano alti e bassi. Stiamo scalando piano piano la classifica impegnandoci in un duro allenamento e coltivando la speranza senza abbandonare un sano realismo.
A livello personale mi auguro di riprendermi completamente dopo l'infortunio e di recuperare, forse nel realizzare un buon gioco, il piacere di giocare a calcio. Caterina Kensbock".

Valentina Capezzuto

martedì 8 febbraio 2011

Nasce apamsport, il canale You Tube dell'apams!



E' nato apamsport su You Tube, il canale dell'apams dedicato alla condivisione di video per la nostra community ( http://www.youtube.com/user/apamsport?feature=mhum ).
Ieri è stato pubblicato il primo video che ripercorreva le tappe della 1^ Capri Dynamica Ratiopharm del 23 ottobre 2010, l'evento che aveva visto la partecipazione dell'apams come partner.
Nei prossimi giorni utilizzeremo questo canale per rendervi partecipi di tutte le nostre iniziative, per riporcorrere le tappe più importanti dell'attività della nostra associazione e soprattutto per illustrarvi i nostri servizi sportivi e il nostro modo di lavorare con l'atleta del tutto innovativo.
Tutti voi potete decidere di iscrivervi al canale e commentare il nostro materiale che avrà anche una funzione formativa.
Inoltre, per chiunque voglia segnalarci materiale utile oppure voglia contribure all'implementazione della nostra community saremo ben lieti di ascoltarvi. Potete contattarci al nostro indirizzo mail: info@apams.eu
Siamo pronti a condividere con voi la passione per lo sport! e voi?

Valentina Capezzuto

lunedì 31 gennaio 2011

Maria Ponticiello: cos'è per me il calcio? Passione, amore per la propria maglia, rispetto, disciplina e sacrificio.



Un altro contributo è stato spedito in redazione da una nostra lettrice Maria Ponticiello, anche lei giocatrice 23enne campana. La ringraziamo per il suo contrbuto alla nostra iniziativa.

"Ho iniziato a giocare a calcio un po' prima che compissi 11 anni, ora ne ho quasi 24, sono passati ben 13 anni dalla prima volta che ho preso a calci un pallone.
Giocare è un po' come evadere dalla vita di tutti i giorni, trovare quel luogo ideale dove riesci a esprimere quello che hai dentro, quello che realmente sei. Quando corri, sudi, ti alleni, si scatena dentro di te una forza indescrivibile...quella voglia di continuare anche se sei a pezzi, stremata perché sai che tutti quei sacrifici verranno ripagati in campo. E quando sei in campo vai in trans agonistica, tutto ciò che è fuori non conta, devi fidarti di te e delle tue compagne, avverti una sensazione di agitazione che trasformi in determinazione e ti lascia andare in quella partita che, non importa come andrà a finire, tu ci avrai messo il cuore.
Ho sempre giocato a 11, ma è già il secondo anno che gioco nell'Isef, una squadra di Poggiomarino di calcio a 5 di serie A. Siamo vincitrici dello scudetto e Supercoppa italiana.
Non posso che pensare che il calcio sia uno degli sport più belli al mondo, naturalmente ci sono molte, anzi fin troppe, differenze tra quello maschile e femminile. Forse principalmente sta nel fatto che nessuno investe nel femminile, di conseguenza il livello è molto basso e così facendo non diventerà mai uno sport seguito dalle persone. Il pubblico vuole divertirsi, se non ci sono strutture e attrezzature adatte non si può mai crescere. Il mondo  del calcio femminile è pieno di professionisti preparati e in gamba, ma se nessuno investe non ci sono fondi per pagare questi professionisti e nessuno lavora solo per passione.
Io ho un modo tutto mio di vedere il calcio, per me è passione, amore per la propria maglia, rispetto, disciplina, sacrificio. Non bisogna solo esser forti per giocare a calcio, chi oggi inizia a giocare da bambina non assimila questi valori che per me sono alla base di tutto. Forse proprio questo vorrei cambiare. Maria Ponticiello"

lunedì 24 gennaio 2011

Emanuela Schioppo: l’errore peggiore è pensare che quello che conta più di tutto in una partita sia vincere!



Pubblichiamo di seguito il contributo di Emanuela Schioppo, giovanissima calciatrice napoletana di 19 anni,  promessa del Carpisa Yamamay, che ha inviato in redazione il suo contributo per l'iniziativa "La testa nel pallone!".
“Sin da piccola mio nonno, mio fratello ed io avevamo una passione che ci accomunava: il calcio! Era una passione innata, che porto ancora dentro di me.
Ho incominciato a dare i primi calci ad un pallone quando avevo 5 anni, son cresciuta insieme ai miei amici giocando in piazza e per strada, inventando porte e alcune volte anche palloni di carta...
Ho giocato così fino all'età di 16 anni, poi ho deciso di voler giocare a livello agonistico e professionale. Da allora gioco in una squadra femminile di serie A2: la Carpisa.
Cercare di spiegare a parole cosa significhi per me giocare a calcio non è facile, perché alcune emozioni le puoi vivere solo giocando, solo entrando in campo e lottando con e per la squadra. Il calcio non è solo un gioco, è molto di più: è gioia, sacrificio, dolore, sofferenza...ma credo che al di là di tutto ci sia divertimento, perché alla fine l'importante è che ci si diverti.
Il calcio era ed è ancora oggi lo sport nazionale degli italiani. Nessun altro sport muove la tempra dal nord al sud, dai giovani e vecchi, dai ricchi e poveri così tanto quanto il calcio. La domenica pomeriggio diventa sempre più un pomeriggio dedicato al calcio, un festival di emozioni a cui tutta la famiglia partecipa.
Purtroppo, però, si parla solo di uno sport maschile dove tra l'altro girano tantissimi soldi: basti pensare a quanto guadagna un giocatore all'anno o semplicemente al mese. Il calcio maschile spopola rispetto a quello femminile che resta sempre più in ombra, .anzi alcuni non sanno nemmeno che esiste!
Vorrei tanto che al calcio femminile fosse data più visibilità, perché dietro ad ognuna di noi ci sono anni di sacrificio che in alcuni casi non vengono neppure ripagati. Lo ripeto, noi donne giochiamo per passione, divertimento, ma soprattutto con il CUORE....parole che nel calcio maschile non esistono nemmeno.
Concludo con una frase sul calcio letta su un libro che mi colpì molto e che racchiude tutto il mio pensiero: “L’errore peggiore è pensare che quello che conta più di tutto in una partita sia vincere. Niente affatto. Quello che conta è la gloria. È giocare con stile, con bellezza, è andare in campo e travolgere l’avversario, non aspettare che sia l’avversario a farsi avanti e così morire di noia.” (Robert Dennis da “Il libro delle liste sul calcio”). Emanuela Schioppo”

martedì 18 gennaio 2011

Roberta Faraone: il calcio è la mia passione più grande!

Ieri sera è arrivata in redazione questa bellissima mail di Roberta Faraone, una giovane calciatrice napoletana di 24 anni, che ha voluto condividere con noi la sua testimonianza, mettendo in luce anche i problemi legati al mondo del calcio femminile, soprattutto qui in Campania. Ringraziamo Roberta per il suo prezioso contributo alla nostra iniziativa "La testa nel pallone!".

"Ho iniziato a giocare a calcio praticamente da quando sono nata! Per i miei compleanni o a Natale l’unica cosa che desideravo ricevere era il pallone, con il quale vivevo completamente in simbiosi.
Verso i 5/6 anni, età in cui mi affacciavo ad una realtà diversa da casa mia, ho iniziato a giocare nel parco dove abito con i miei carissimi amici, che mi hanno accompagnato per tutta l’adolescenza. E' strano raccontarlo, ma io ero l'unica ragazza tra tanti maschi, ma non m'importava, perchè l'unica cosa che volevo era giocare a calcio e, grazie alle qualità che solo Dio ha voluto donarmi, venivo rispettata tanto quanto loro. Paradossalmente avevano di me la stessa considerazione di un ragazzo!
Solo nella fase adolescenziale mi resi conto che, per ovvi motivi fisici, ma anche mentali, non mi era più possibile giocare con coloro che fin a quel momento erano stati i miei compagni d'avventura. Fu solo allora che, grazie ad alcune conoscenze, approdai finalmente in una vera squadra di calcio femminile nonostante mia madre si mostrasse ostile verso la mia passione.
Ancora ricordo la prima volta che misi piede sul campo del "Napoli femminile" e vidi due ragazze correre x un banale riscaldamento: il cuore mi batteva all’impazzata..avevano i capelli lunghi, il seno..erano proprio delle ragazze come me!!!! Non a caso che una delle due diventò il mio "maestro",  nonché il mio idolo!
La prima grande esperienza calcistica l’ho avuta a 14 anni, età che ti permette, agonisticamente, di poter giocare. Era la mia prima squadra, le mie prime compagne, le mie prime partite...non vivevo che per tutto questo e ciò che vi ruotava intorno.
A 14 anni mi allenavo alle 21 di sera nei posti più svariati della Campania, tornavo a casa di notte e il giorno seguente mi alzavo per andare a scuola FELICE, perché nessun sacrificio valeva tanto quanto perdere la possibilità di giocare. Tuttavia, il momento + bello della mia breve carriera lo lego alla mia seconda squadra, che rappresenterà per sempre l'amore più grande della mia vita. Lì ho trovato le amiche di una vita, con le quali condividere i valori e i principi su cui ancora oggi la mia persona si basa. La Domina, nome della società, non è solo una squadra per me, ma una famiglia! Nel mondo del calcio femminile, dove purtroppo non girano molti soldi, l'attaccamento alla maglia e la passione che le ragazze hanno dentro è uno dei principali motivi su cui si basa l'esistenza della maggior parte delle società italiane.
Gli episodi che porterò sempre nel cuore riguardano un paio di vittorie in una stagione che ci portò ad un passo da un sogno chiamato serie A, ma che purtroppo svanì all'ultima giornata, e la vittoria del campionato di serie C, dopo anni di sacrifici, che ci portò finalmente in uno scenario nazionale. L’episodio più brutto fu, invece, il fallimento della nostra grande famiglia.
Le emozioni che provo quando gioco non sono facili da rinchiudere in banali parole...spesso mi rendo conto che il calcio femminile non rappresenta futuro e che sia giusto accantonarlo per dare una svolta alla mia vita. Ogni anno mi prometto che sia l'ultimo ma poi non riesco a stare lontana dal campo. Il campo mi dà la possibilità di sfogarmi, rappresenta libertà! In campo esprimo quello che sono liberamente, ma soprattutto, e credo che con questo posso racchiudere tutto quel che sento, con il pallone io sono felice e in quei momenti non mi m’importa di niente e di nessuno!!!
In un mondo sporco e bigotto non poteva salvarsi il mondo del calcio,  che sia quello maschile alla massima potenza o quello femminile: un mondo sporco, basato su interessi economici, falsità, ricatti, imbrogli quello maschile, invidia e ignoranza quello femminile. L ‘unica cosa da salvare almeno in quello femminile è la passione che spinge noi appassionate di questo sport a fare tanti sacrifici affinché il calcio non si fermi. Purtroppo si è consapevoli che il calcio femminile in un paese arretrato come l‘Italia non potrà mai eguagliare quello maschile. Per molti uomini Italiani le donne non possono essere accostate al calcio, infatti il nostro sport è poco, anzi quasi per niente, seguito dai media e dai giornali.  Ma, almeno a me, questo non m’importa..io gioco perché amo giocare e perchè senza calcio non vivo! Roberta Faraone".

lunedì 27 dicembre 2010

Intervista a Donatella Bova



Donatella Bova è stata una calciatrice di grande successo in Campania tra gli anni '80-'90. Ha vinto uno scudetto con il Campania e ha avuto una carriera piena di successi e soddisfazioni.
Ha raccontato a noi dell'apams com'è iniziato il suo percorso e quali sono state le sue più grandi soddisfazioni.

Come ti sei avvicinata al calcio? A che età? 

Dopo il girello praticamente. Ero piccolissima e ho iniziato a giocare nel mio parco al Vomero. Poi da professionista ho cominciato all'età di 12 anni e mezzo nel Giugliano, una squadra di serie A. Ero la calciatrice più piccola del torneo. Allora non c'erano veti, ora si gioca dai 14 in su. 

La tua famiglia, essendo il calcio uno sport per lo più ad appannaggio maschile, soprattutto negli anni 70’, come vedeva questa tua scelta? 

Mio padre era felicissimo, mia madre meno ma non mi ha mai ostacolato. Lei è sempre stata più titubante  non per lo sport in sé, ma per l'ambiente non proprio oxfordiano.

Come ricordi questa tua prima esperienza calciastica? 

Sono stata 5 anni consecutivi al Giugliano. E’ stata un’esperienza fantastica. Giravo l'Italia con la squadra e a quell'età è tutto una scoperta.

Quali persone sono state importanti per te nella tua carriera calcistica?

Il mio primo mister, Gennaro Di Gennaro, napoletano verace e il mio primo presidente Michele Ciccarelli. Entrambi erano educatori in primis. Sono stata fortunata: al Giugliano l'educazione era fondamentale.

Ci puoi raccontare quale episodio che ricordi con piacere?

Ce ne sono tanti, ma quello che ricordo con più piacere è la prima convocazione per una trasferta. Alcune ragazze non si erano presentate agli allenamenti e il mister senza batter ciglio convocò tutte le seconde linee per andare a giocare contro la prima in classifica, una squadra milanese che si chiamava Gorgonzola. Facemmo la partita della vita: io esordì nel secondo tempo e perdemmo “solo” 2-0. Fu una vera impresa, ma quel gesto da parte del mister fu importantissimo. Venne anche mio zio di Milano a vedermi e ne fui molto contenta.

I tuoi maggiori successi in campo quali sono stati e con quali squadre?

Nel '89-'90 ho vinto lo scudetto con il Campania, che altro non era che il Giugliano con una denominazione differente. Quell'anno facemmo la doppietta perché vincemmo anche la Coppa Italia. Poi qualche anno successivo fu un successo raggiungere un secondo posto con il Milan di Carolina Morace. Però ricordo volentieri anche un quinto posto con il Napoli (ex Somma Vesuviana), conquistato da tutte ragazze napoletane qualche anno prima dello Scudetto.

Cosa è cambiato in meglio e in peggio del calcio femminile ai tempi di quando giocavi tu ad adesso?

Il calcio femminile prima era una prerogativa del sud, ora purtroppo qui non ci sono più tante realtà.
Negli anni '80 in serie A c'erano sempre 2 o 3 squadre campane. Ora il livello in generale è salito, ma in Campania no.

Secondo te perchè questo calo?

Mancanza di volontà da parte delle federazioni in generale. Qui in Campania anche mancanza di dirigenti seri, Carpisa e qualche altra realtà a parte.

Hai smesso la carriera da calciatrice forse anche un po’ in anticipo visto le tue capacità tecniche, come mai?

Un infortunio a 33 anni. Avendo questo causato la chiusura di un'attività lavorativa, ho preferito non riprendere. Ho allenato due anni, il mio staff ed io abbiamo portato la Juve Stabia in serie B.
Poi ho preferito non continuare perché è un settore che non dà garanzie e non cresce. Però al momento sono il direttore sportivo dell'Isef calcio a 5 e lavoro presso un quotidiano come impaginatrice.

Se fosse in tuo potere farlo cosa cambieresti oggi del mondo del calcio?

Semplicemente obbligherei le squadre professionistiche ad avere un settore femminile. Per loro sarebbe una spesa irrisoria rispetto ai soldi che girano nel mondo maschile. Poi a livello giovanile
lo inserirei nelle scuole. Non ci vorrebbe molto, basterebbe la volontà da parte degli organi federali.

Valentina Capezzuto





lunedì 20 dicembre 2010

Il calcio a modo loro!



Mi chiedo qualche volta, quando vedo il calcio oggi come si è trasformato, se sono un fortunato o uno sfortunato. Avevo 6 anni quando tanti ragazzotti con la maglia azzura nell' 86 festeggiavano il loro primo scudetto del Napoli, ed io per le strade, tutto in tinta con il resto della città, del mare e del cielo, urlavo e festeggiavo qualcosa che appena comprendevo.

Ricordo il fermento della gente, le trasmissioni tv e che da tutta Italia, sembrava che un miracolo si fosse compiuto: certo era solo una sensazione, ma era bella!

Ricordo ad uno ad uno i volti di tutti quei ragazzi che in tutto quel campionato erano riusciti a vincere su tutti i campi d'Italia e che insieme a quel GENIO credevano ogni giorno di potercela fare.

Ricordo negli anni successivi che quello che poi mi ha fatto appassionare a questo gioco, era vedere tutti quei CAMPIONI nelle squadre di serie A: quei CAMPIONI che facevano grandi le loro squadre e a cui i tifosi si abbracciavano ogni domenica e che, con il loro esempio, trasmettevano sapienza, sicurezza, professionalità ed insegnamento ai più giovani.

Ricordo un Baresi, Tassotti, Ferrara, Maldini, Zenga, Donadoni, Zola, lo zio Bergomi, Baggio, Signori...ed altri forse meno ricordati che per me erano CAMPIONI lo stesso come Costacurta, Casiraghi, Albertini, De Napoli, Giordano, Carnevale, Pagliuca, Sebastiano Rossi , Galli, Bagni,.

Per me tutti CAMPIONI. Tutta gente che, mi chiedo, nel calcio di oggi quanto avrebbe dovuto guadagnare, tutta gente che per me ha fatto il calcio degli ultimi 30 anni e che verrà ricordata molto di più di tanti ragazzi bravi di oggi.

Il calcio a modo loro era giocare e divertirsi, sacrificarsi e "lottare" per i colori che portavano indosso, perchè ci credevano. Io sono cresciuto pensando e credendo anche in loro, nel loro modo di "divertirsi".

La paura è che giocatori come loro non torneranno più e che molti non riusciranno a vivere quello che ho vissuto io.

Quando Paolo Maldini lasciò il calcio giocato, quello è stato l'ultimo mio ricordo di un calcio andato...l'ultimo mio ricordo di quando ero bambino e giravo per le strade vestito del mare e del cielo.

Spero di poter riuscire a trasmettere parte di queste emozioni alle persone che incontro ogni giorno sui campi di calcio, sui quei campi di calcio che ho scelto di solcare anche per fare questo.

Mi scusino MARADONA, PLATINI, VAN BASTEN, GULLIT. Voi siete eterni, perchè non sarete mai ricopiabili.

Cristiano Giannotti

mercoledì 24 novembre 2010

Intervista ad Alessia Tuttino


Alessia Tuttino, calciatrice italiana che gioca come mediano nella Roma, ha rilasciato in ESCLUSIVA per l’apams un’intervista prima di partire per gli Stati Uniti, dove insieme alla nazionale italiana di calcio femminile, il prossimo 27 novembre, disputerà la partita di ritorno per la qualificazione ai mondiali. 

La giocatrice si è messa a nudo parlandoci di lei, di come è nata la sua grande passione per il calcio, dei momenti più belli e più difficili che ha dovuto affrontare durante la carriera e di tutto quel che pensa del mondo del calcio in Italia. 

Alessia  è nata a Udine il 15 marzo 1983, e gioca anche con la maglia della nazionale, dove con grande qualità e spirito di sacrificio, ha saputo realizzare reti spettacolari.
Alessia inizia la sua carriera calcistica all'età di 7 anni con i pulcini e gli esordienti della squadra di calcio di Basiliano, mettendosi in luce anche con compagni e rivali dell'altro sesso. A 14 anni inizia la sua avventura nel calcio femminile con la maglia del Tenelo Club Rivignano, con il quale gioca i campionati di Serie C e Serie B. All'età di 18 anni, nel 2001, avviene il grande salto che la legherà al calcio femminile di Verona e provincia, ovvero il passaggio al Foroni Verona, dove gioca per una stagione prima di passare al Bardolino. Con la maglia del Bardolino vince tutto a livello nazionale e si conferma come colonna del club benacense e della nazionale italiana.

Com’è nata la tua passione per il calcio? 

Era già dentro di me, se si può dire così, anche perché avevo mio fratello più grande che già giocava a calcio. Fin dall’asilo non ho mai giocato con le bambole, ma il mio gioco preferito era il pallone. Direi che è stato un amore a prima vista.

A che età hai iniziato a giocare?

Ho iniziato a giocare a sette anni insieme ai maschietti. Ho giocato in tutte le categorie fino agli esordienti e i giovanissimi. Fino ai quattordici anni sono stata con i ragazzi, anche perché prima non avrei potuto giocare con le ragazze, e poi a quattordici anni sono passata ad una squadra di calcio femminile.

Qual è stata la prima squadra in cui hai giocato?

E’ stata una squadra di Udine che si trovava dove abitavo, a Rivignano, era una squadra di serie C, poi passata in serie B. Sono stata con loro 4 anni e poi sono stata acquistata dal Foroni Verona,che adesso non esiste più. Adesso gioco nel Bardolino.

Ti è mai capitato di esserti pentita di avere scelto questa carriera?

Assolutamente no! La passione è talmente tanta che quello che mi piace fare è giocare a calcio, anche se a volte penso a quello che farò in futuro, perché il calcio è una parentesi che può durare tanto come poco. Noi calciatori in mano, di materiale intendo, non abbiamo molto, quindi si possono fare delle scelte a livello lavorativo o di studio diverse.

Quando smetterai di giocare cosa ti piacerebbe fare?

In questi anni mi sono laureata in Scienze motorie e mi piacerebbe prendere un’altra laurea, quindi vorrei continuare gli studi in fisioterapia. Per ora l’impegno calcistico è tanto e quindi non lavoro a tempo pieno, ma la mia idea per il futuro ce l’ho!

Quali sono le tue prossime ambizioni calciastiche?

Se ci riusciamo, sarebbe bellissimo andare al mondiale con la nazionale, anche perché non ne ho mai giocato uno. Proprio sabato 27 novembre giocheremo la partita di ritorno con gli Stati uniti per la qualificazione al mondiale.

Ricordi un momento particolarmente difficile che hai dovuto affrontare durante la tua carriera?

Beh sicuramente l’infortunio grave che ho avuto nel 2005 quando ho rotto il crociato. Ciò non mi ha permesso di andare a giocare quello che sarebbe stato il mio primo Europeo.

Qual è stato il momento più bello della tua carriera?

I ricordi più belli sono legati a delle vittorie. Col Bardolino in particolare la semifinale di Champions League, dove abbiamo giocato davanti a quindici mila spettatori, ed è stata un’emozione grandissima. Invece con la nazionale uno dei momenti più belli è stato un mio goal che l’anno scorso ci ha permesso di vincere la partita dell’Europeo contro l’Inghilterra, un 2 a 1 su un mio goal da 30 metri.

E un momento deludente?

Il primo che mi viene in mente risale all’anno scorso, agli Europei contro la Germania abbiamo perso immeritatamente per 2 a 1 la partita che ci avrebbe  portato in semifinale.

Credi che in Italia ci sia interesse per il calcio femminile come per il calcio maschile? Se così non è, secondo te perché?

L’interesse sicuramente non è proporzionato. Si tratta di due mondi totalmente diversi, pur giocando sempre a calcio, per cui le regole, il pallone, il tempo di durata sono uguali, ma sicuramente l’interesse per il calcio maschile è maggiore, anche perché vi ruotano intorno maggiori interessi economici e perché a livello di società il calcio è visto come uno sport prettamente maschile. Devo essere sincera: negli ultimi anni c’è stato un maggiore interesse per il calcio femminile. L’ideale sarebbe che le società di calcio maschile avessero un settore dedicato al calcio femminile, per dare non solo una maggiore sicurezza economica alle calciatrici, ma anche la possibilità di potersi allenare in strutture più adeguate, e anche in caso di infortuni avere delle strutture che permettono un recupero più rapido.

Il calciatore viene spesso visto come una persona privilegiata, con un grande rilievo sociale. Credi sia uno stereotipo? Tu come vivi questa cosa?

Noi calciatrici sinceramente non viviamo questa cosa, anche perché se giri per le strade non ti fermano, non ti riconoscono. Magari per il calciatore è diverso, perché chiunque, dal ragazzino alla persona più anziana, lo riconosce.

Se fosse in tuo potere farlo, cambieresti qualcosa di ciò che regola il mondo del calcio?

Sicuramente sì! Essendo una donna cambierei il mondo di pensare e vedere le cose, perché il calcio è calcio a prescindere dal sesso del giocatore. Non c’è differenza, se non quelle fisiologiche che ci sono sempre tra uomo e donna. Il calcio è uguale per tutti!

Valentina Capezzuto

venerdì 12 novembre 2010

La testa nel pallone!



Si apre ufficialmente un nuovo mese dedicato al calcio....ancora una volta diamo la possibilità a tutti i nostri amici di scrivere articoli, inviarci video, foto, curiosità sull’argomento. I materiali più interessanti saranno pubblicati sul blog per discuterne anche insieme ai nostri esperti.
Non importa essere degli atleti professionisti per partecipare. Vogliamo condividere con voi l'amore per lo sport e conoscere meglio il mondo di chi ha fatto del calcio la sua passione più grande, o semplicemente lo segue alla tv.
Potete scriverci all'indirizzo info@apams.eu ...sarete voi i nostri autori! Allora tutti pronti per metter la TESTA NEL PALLONE???

mercoledì 3 novembre 2010

Misurazione e controllo del carico dell'allenamento

Prof. Domenico Scognamiglio, tecnico specialista nazionale di A.L.

Uno dei punti fondamentali nella preparazione fisica di un atleta riguarda la misurazione ed il controllo dell’allenamento.
Nel corridore di resistenza tale controllo, rispetto agli sport di situazione dove le componenti che possono influenzare la prestazione sono sicuramente maggiori, è più semplice e lo si può dividere in 3 fasi:
  1. Raccolta delle informazioni 
  2. Elaborazione delle stesse
  3. Pianificazione, adattamento e modificazioni dell’allenamento
A tal proposito, quindi, diventa necessario per il raggiungimento dell’obiettivo conoscere esattamente lo scopo che vogliamo ottenere, per poter progettare un allenamento invece che un altro.
Nella seduta d’allenamento del maratoneta, la misurazione della quantità del lavoro da svolgere, che è alla base (relativamente alla distanza di gara) di ogni allenamento di corsa, risulta semplice definirla perché è determinata dalla misurazione dello spazio percorso.
L’ intensità, invece, è un valore che cambia in relazione al livello tecnico dell’atleta, alle sue caratteristiche, agli anni d’attività sportiva, alla qualità della vita che svolge… Ad esempio un atleta top level, rispetto ad un atleta amatore, correrà la maratona non solo in tempi più brevi, ma anche con un dispendio energetico molto più basso nell’unità di tempo.

Il carico d’allenamento, quindi, rappresenta la spesa energetica e mentale richiesta ad un atleta per eseguire un determinato allenamento. Tale carico a sua volta si divide in  esterno ed interno.
Il carico esterno rappresenta l’allenamento che svolgiamo, esso è semplice da misurare e dipende dalla quantità e dalla qualità (intensità) del lavoro svolto.  
Il carico interno, invece, rappresenta la sommatoria degli stress che l’organismo subisce da un determinato carico esterno. Esso non dipende però solo dal carico esterno, ma anche dalle condizioni psico – fisiche che caratterizzano l’organismo nel momento in cui è sottoposto a stimoli esterni.
Ad esempio: fare 45’ ora di corsa a 15 km/ora (4’00” al km) ci dà l’indicazione di un preciso carico esterno. Se questo tipo di lavoro, svolto però da due atleti (A e B) in possesso rispettivamente di una soglia anaerobica di 17 km/h (A)  e 19 km/h (B), a parità di condizioni psico fisiche lo rapportiamo alla fatica espressa, l’atleta (B) farà molto meno fatica perché lavorerà ad un intensità inferiore rispetto alle sue possibilità. In questo caso, otterrà anche un effetto diverso rispetto all’atleta (A). Affinché la fatica e l’intensità degli stimoli sia simile per entrambi, diventa necessario chiedere di correre ad una determinata percentuale della loro soglia anaerobica (es: - 20% ). In tal caso, l’atleta (A), per ottenere lo scopo  prefisso, dovrà correre ad un ritmo di circa 4’15” al km,  mentre l’atleta B ad un ritmo di circa 3’50” al km. Con questo semplice esempio s’identifica l’errore che frequentemente si commette quando si combinano allenamenti con le stesse modalità, quantità e durata tra atleti di diverse caratteristiche e/o valore tecnico.
Naturalmente tra i vari mezzi d’allenamento l’individualizzazione del solo parametro intensità non è certamente sufficiente, né risulta l’unico mezzo per poter identificare il carico interno dell’atleta.
Infatti, diversi  sono i fattori che incidono su di esso e che possono causare stress differenti, tra cui:
    1. Capacità d’abitudine a svolgere un particolare tipo di lavoro
    2. Il tipo e la qualità degli allenamenti svolti nei giorni precedenti 
    3. La capacità di recupero degli stessi   
    4. Alimentazione, ore di sonno
    5. Stile e qualità della vita tra cui: alimentazione, ore di sonno, tipo di attività lavorativa (ad esempio: un lavoro fisicamente impegnativo incide nel tempo sicuramente negativamente nella sommatoria degli stress interni dell’organismo, per cui richiede di recuperi più lunghi, stessa cosa vale per un lavoro che richiede un grande impegno mentale) 
    6. Le condizioni ambientali durante gli allenamenti (altura, caldo, percorso ondulato...)
     
    Pertanto, nella programmazione e nello svolgimento dell’allenamento, sia per un miglior sviluppo sia per prevenire i danni che un errata programmazione potrebbe provocare all’atleta, diventa molto importante tener sempre conto di queste variabili.
    La valutazione del carico interno, tuttavia, anche se fatta empiricamente è possibile razionalizzarla nel migliore dei modi attraverso:
      • Conoscenza delle modificazioni fisiologiche sull’organismo dai diversi sistemi d’allenamento
      • Monitoraggio delle risposte fisiologiche e prestative dell’organismo all’allenamento (es: controllo della FC; della S.A. …)
      • Scambio periodico di sensazioni ed esperienze tra allenatore ed atleta
      • Effettuazione di Test periodici di controllo
      Ascoltare i segnali del corpo, per quanto non cosa semplice da fare, è un’espressione quanto mai giusta perché il nostro organismo ci invia sempre i giusti messaggi, attraverso un campanello d’allarme, per evitare di incorrere in problemi di overtraining.




      lunedì 18 ottobre 2010

      Principi di alimentazione e sport: il podista e i 10 km

      Dott. Raffaele Canonico - Responsabile coordinamento area medica sett. giovanile SSC Napoli - Medico dello Sport



      “ NON ESISTONO CIBI PARTICOLARI CHE MIGLIORANO LA PRESTAZIONE, MA SOLO UNA SANA ALIMENTAZIONE GARANTISCE IL RENDIMENTO OTTIMALE”.

      Per ogni disciplina sportiva devono essere tenute presenti le necessità quantitative e qualitative degli alimenti e dei principi alimentari.
      I cibi devono:
      - avere caratteristiche di igiene
      - essere di facile digestione
      - rispettare le abitudini ed i gusti personali.

      Pertanto è necessario:
      - raggiungere un sufficiente apporto calorico
      - assicurare un ottimale apporto di glicidi, protidi, grassi, vitamine, sali minerali e acqua
      - condire i cibi in modo da renderli più appetibili possibile. L'appetibilità ne migliora la digeribilità e l'assorbimento. A questo concorre anche una sufficiente masticazione.
       
      La PRIMA COLAZIONE deve essere abbondante e ricca di carboidrati (fette biscottate integrali, biscotti secchi e/o integrali, cereali integrali, muesli) uniti a latte parz. scremato, caffè, miele, marmellata, yogurt, frutta e prosciutto crudo o bresaola e grana.

      Il PRANZO, non abbondante, necessita di un equilibrio tra cibi prevalentemente proteici e glicidici. Pertanto riso o pasta conditi con sughi non grassi, carne o pesce ed una buona porzione di verdura, preferibilmente cruda e frutta fresca di stagione.
      Colazione e pranzo devono garantire una costante disponibilità di energia per tutto l'arco della giornata.

      La CENA, leggera, deve avere contenuti prevalentemente proteici come carne o pesce, uova, latte e formaggi.
      Gli alimenti prevalentemente proteici della cena hanno lo scopo di ricostituire i tessuti usurati dalla attività fisica svolta durante la giornata. Ovviamente non deve mancare una minima quota di glicidi e verdura e frutta.

      ALIMENTAZIONE E ALLENAMENTO
      La scelta dei cibi e degli orari dei pasti vanno fatti in funzione dell'allenamento, del tipo di sforzo organico e muscolare e della durata dello stesso.

      Si consiglia di:
      - assumere alimenti a non meno di 3-4 ore dall'allenamento (la completa digestione degli alimenti avviene entro le 5-8 ore successive al pasto). Dopo l'allenamento, prima di assumere alimenti, è consigliabile che passino almeno 2-3 ore. La digestione e assorbimento degli alimenti sottrae sangue ai muscoli
      - non consumare un pasto eccessivo in quanto il fenomeno della digestione determina un forte afflusso di sangue verso lo stomaco e l'intestino. L'attività fisica in queste condizioni contribuisce a rallentare la digestione (il sangue viene sottratto ai muscoli dagli organi digestivi) e a mantenere scarsa l'irrorazione sanguigna al cervello ed ai muscoli
      - assumere giuste quantità di glicidi, intesi come zuccheri complessi (pane, pasta, biscotti, ecc.) che determinano un livello prolungato e costante di sostanze energetiche nel circolo sanguigno.

      ALIMENTAZIONE E GARA

      Prima della gara
      Una norma prioritaria è quella di EVITARE INVENZIONI DIETETICHE DELL'ULTIMA ORA. Diete iperproteiche, iperglicidiche, integratori alimentari vari, vitamine e sali minerali ecc. oltre a non moltiplicare le energie dell'atleta, possono addirittura pregiudicarne il rendimento.
      Infatti:
      - un forte consumo di proteine rischia di alterare il pH del sangue portandolo verso l'acidità. Inoltre aumenta il sovraccarico di scorie metaboliche
      - l'eccesso di grassi crea difficoltà digestive
      - un eccesso di vitamine e sali minerali non possono essere immagazzinati come scorte e quindi non sono utilizzabili oltre la normale presenza nell'organismo. Può solo essere aggravato il lavoro degli organi deputati al ricambio (smaltimento del surplus).
      Inoltre:
      - il pasto dovrebbe essere facilmente digeribile e ricco di polisaccaridi (zuccheri complessi come pane, pasta, ecc.) che garantiscono un tasso glicemico del sangue costante per molte ore (tenere presente che i vari principi alimentari vengono resi disponibili per l'organismo solo dopo 5-8 ore dal pasto)
      - vanno evitati i cibi "flatulenti", capaci di determinare un notevole sviluppo di gas (carote, fagioli, ceci, lenticchie, pane integrale, alcuni tipi di verdure e frutta
      - un eccesso di alcuni zuccheri semplici può determinare una "ipoglicemia reattiva" (o rimbalzo ipoglicemico) e quindi abbassare notevolmente il tasso zuccherino del sangue. Con questo termine si intende la reazione dell'organismo all'ingestione di alcuni zuccheri semplici che, dopo un primo innalzamento dei valori glicemici nel sangue, fanno produrre un eccesso di insulina che tende a riportare la situazione ai valori normali. In relazione alle alte dosi di zucchero ingerito, questo può avvenire in maniera esagerata e tale da abbassare i valori glicemici fino a procurare una ipoglicemia vera e propria ed i sintomi ad essa collegati come stanchezza generale, sudorazione fredda, tremore alle gambe, irritabilità, ecc.
      La somministrazione di zuccheri semplici va rimandata al momento del riscaldamento prima della gara. La preferenza va data al levulosio ed al fruttosio che facilitano il rilascio, da parte delle ghiandole surrenali, di catecolamine (amine biogene che possono avere funzioni di neurotrasmettitori o di ormoni, specialmente adrenalina) che inibiscono la produzione di insulina da parte del pancreas. Questo evita l'ipoglicemia reattiva.
      Altri zuccheri possono essere somministrati solo durante la gara in quanto la liberazione di catecolamine, derivanti dalla attività fisica, inibisce la liberazione di insulina e quindi evita l'ipoglicemia reattiva.
      Dopo il pasto principale e fino a 30-40 minuti prima dell'inizio della gara, possono essere utilizzate delle RAZIONI DI ATTESA composte di frutta e verdura centrifugate, da bere a sorsi ogni 30-40 minuti, oppure bevande energetiche a base di maltodestrine (polimeri del glucosio), quindi zuccheri semplici uniti a sali minerali e vitamine.
      Ricordate che il pasto pre-gara e la cena della sera prima sono importanti, ma è ancora più importante quello che avviene in tutta la settimana prima!

      Durante la gara
      Una gara prolungata, indipendentemente dalle caratteristiche dell'impegno muscolare, determina un utilizzo più o meno accentuato di tutti i principi alimentari. Prioritariamente i glicidi, quindi i grassi, ed in parte minore le proteine. Viene anche disperso parte del patrimonio idrico, salino e vitaminico che va opportunamente reintegrato. Esistono in commercio degli alimenti "formula" specifici per questo scopo. Si consiglia somministrarli con acqua o frullati di frutta in modo da ricostituire sia il patrimonio idrico che salino.
      In alcune discipline di lunga durata (es.: corse ciclistiche su strada) può essere necessario anche un intervento con cibi solidi, ovvero dei piccoli pasti veri e propri. Questa razione, composta da zuccheri semplici, proteine e lipidi (latte e formaggi magri, uova) deve essere suddivisa in piccole porzioni (non superiori ai 50 gr) e consumata a intervalli regolari.

      Dopo la gara
      Scopo principale è il recupero fisico reintegrando innanzitutto il glicogeno muscolare e le riserve glucidiche in genere, il patrimonio idrico, la correzione dell'acidosi metabolica e l'eliminazione delle scorie.
      Dopo un esercizio fisico intenso occorrono circa 20 ore per ricostituire le scorte di glicogeno muscolare (viene ricostituito mediamente del 5% ogni ora dopo lo sforzo).
      Alcuni studi hanno dimostrato l'importanza della SOMMINISTRAZIONE GLUCIDICA immediatamente dopo la competizione in quanto nelle prime due ore la velocità di risintesi del glicogeno è maggiore.
      Si possono utilizzare snack o altri integratori zuccherati (1-1.5 gr per kg di peso corporeo).
      Secondo Coyle entro 30 minuti dal termine della gara andrebbero somministrati 50-100 gr di zuccheri per proseguire con ulteriori apporti a scadenza di 2 ore fino ad un totale di 500-600 gr nell'arco delle successive 20 ore. Lo stesso Coyle consiglia glucosio, saccarosio e amidi rispetto al fruttosio. Infatti i primi sarebbero in grado di risintetizzare il glicogeno muscolare in ragione del 5-6% ogni ora, mentre il fruttosio si limiterebbe al 2% circa.
      Anche in questo caso i centrifugati di frutta e verdura (anche "macedonia di frutta"), addizionati con un poco di sale da cucina ed eventualmente miele, risultano ottimi. Vanno somministrati subito dopo la gara a intervalli di 30 minuti circa in ragione di 200 cc.
      Inoltre può essere bevuta acqua minerale alcalina (per bilanciare la acidità del sangue dovuta al lavoro muscolare intenso e prolungato) con aggiunta, per ogni 100 cc, di gluconato di potassio e cloruro di sodio.
      Può essere utile anche la somministrazione delle vitamine B6 e B12 in quanto favoriscono la ricostruzione plastica dei tessuti ed il ritorno alla normalità di ammoniemia e azotemia, abbassando anche il tasso di tossicità di alcuni cataboliti.

      Il PASTO DOPO LA GARA non deve sovraccaricare l'apparato digestivo:
      - per il recupero energetico è bene non affrontare alcun impegno digestivo di rilievo prima che siano passate almeno 2 ore dalla competizione. È questo, in media, il tempo occorrente a far tornare il metabolismo e la circolazione sanguigna ai valori normali
      - vanno ridotti notevolmente le proteine animali e gli alimenti acidogeni (carni, uova, pesce, grassi, cereali, ecc.), in modo da non produrre ulteriori scorie metaboliche nel circolo sanguigno
      - la preferenza va data ai cibi alcalogeni (latte, frutta, verdura, ecc.)
      - l'apporto calorico deve essere inferiore di circa 1/3 rispetto al normale fabbisogno quotidiano.

      Segue schema alimentare cena, colazione e pranzo per gara alle ore 16:

      Sera prima
      Cena h 20
      • buffet di verdure lesse (carote, fagiolini, spinaci, insalata, pomodori) e verdure grigliate (zucchine, melanzane, zucca).
      • risotto al parmigiano 
      • petto di pollo alla griglia 
      • patate al forno 
      • frutta fresca (no banana)
      Giorno gara ore 16
      Colazione h 8.30
      •   the 
      • latte parzialmente scremato 
      • caffè 
      • fette biscottate integrali 
      • muesli 
      • cereali integrali e biscotti secchi 
      • marmellata e miele 
      • Frutta fresca e/o spremuta di agrumi e/o succhi di frutta
      Pranzo h 12.15
        
      • buffet di verdure lesse (carote , fagiolini, zucchine, insalata, pomodori) 
      • pasta corta con sugo (a parte) o condita in bianco con olio extravergine e parmigiano 
      • bresaola e grana 
      • crostata di marmellata senza crema
      Dott. Raffaele Canonico - Medico dello sport, nutrizionista