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martedì 15 febbraio 2011

Caterina Kensbock: dopo l'infortunio voglio riscoprire il piacere di giocare a calcio!



Oggi un altro contributo importante è giunto in redazione per l'iniziativa "La testa nel pallone!". Caterina Kensbock, d'origine tedesca, è una giovane promessa della squadra di calcio femminile Carpisa Yamamay. Ha raccontato a noi dell'apams della sua passione per il calcio e di come sia riuscita a superare un grave infortunio che l'anno scorso l'ha costretta quasi ad abbandonare il gioco. Ma la sua forza di volontà e la professionalità di chi l'ha seguita sono stati determinanti per le ripresa. Ringraziamo Caterina per il suo appassionato racconto.

"A dirla tutta il calcio non è stato l’unico sport che adoravo da piccolina; ero interessata anche ad altre attività, ma ad un certo punto il calcio ha preso il sopravvento. Come di preciso è iniziata questa mia passione non saprei dire, ma sicuramente avranno contribuito anche mio padre che, lasciandomi libera nelle mie scelte, mi portava spesso nel parco a giocare e i miei cugini e mio zio che puntualmente quando venivo in Italia mi portavano allo stadio con loro.
Quando si inizia a praticare uno sport, si inizia e basta, non pensi a chi è destinato o chi dovrebbe praticarlo. Credo che ogni tipo di sport è praticabile da tutti, l’importante è davvero volerlo e crederci.
In Germania mi dicevano sempre: “Si vede che sei tedesca, ma che hai l’animo italiano”. Questa descrizione la ricordo sempre col sorriso, riconoscendomi in quanto dicevano. Ho vissuto in Germania per 16 anni, ma ogni estate venivo qui in Italia per le vacanze estive. La realtà è che ho riscontrato qui il calore e l’affetto dello persone che mi ha convinto a fare questo passo importante: trasferirmi! Ogni tanto ripenso a questa mia scelta e mi rattristo pensando a cosa ho lasciato: Berlino è una metropoli, una città che ti offre molte, soprattutto a livello lavorativo, ma credo che alla fine tra lo svegliarsi con il sole e con il grigio ci sia una netta differenza.
Giocavo già a Berlino e prima di trasferirmi mi sono assicurata di trovare una squadra italiana: la mia avventura calcistica italiana è iniziata con la Salernitana e ora, da due anni, gioco a Napoli con il Carpisa Yamamay.
Per quanto possa adorare questo sport, credo che comunque il calcio, soprattutto femminile e in Italia (la situazione all’estero è ben diversa credo) non possa garantire niente di concreto per il futuro. E’ anche per questo che ho deciso di continuare a studiare, cosa che oltre ad essere necessaria, a volte è anche piacevole. Conciliare tutte le cose è davvero difficile: ci vogliono sacrifici e tanta determinazione, ma alla fine se è qualcosa che piace niente pesa e tutto si può fare.
Ancora scuoto la testa se penso all’anno passato. Mi sono infortunata durante un allenamento al legamento crociato e ho dovuto rinunciare a giocare per un po’. Questo inaspettato e lungo stop ha impedito di esprimermi al meglio e di dimostrare la mia voglia di far bene in questa nuova squadra. L’infortunio è avvenuto a gennaio e dato che il legamento non era del tutto rotto ho deciso di continuare a giocare, anche se rischiando. Vuoi per un motivo vuoi per un altro (e soprattutto perché eravamo ad un passo dalla A1) ho voluto crederci e ho posticipato a fine stagione l’intervento. Non rimpiango di averlo fatto, ma alla fine non siamo neanche riuscite nel nostro intento e un po’ di amarezza è rimasta…
Molte persone, soprattutto i familiari, vedendo certi infortuni e certe situazione cercano sempre di distoglierti da questa passione o  dissuaderti e devo ammettere che per un periodo avevo deciso di non giocare più, consapevole che comunque pur tornando presto in campo, non avrei potuto dare quando desideravo. Forse anche a causa dell’intervento, non avevo né stimoli né voglia di continuare, ma le domeniche a casa o comunque quelle lontane da un campo di gioco mi rattristivano e mi hanno dato la forza di continuare a crederci. Ho ripreso, anche in tempi veloci, grazie a tante persone che mi hanno sostenuto sia nel recupero fisico che mentale: credetemi una persona dopo un infortunio è un po’ demoralizzata, può essere davvero terrificante e stressante!
Ho voluto continuare, continuare a credere in questa squadra. I motivi sono fondamentalmente due, il primo è un buon affiatamento col gruppo delle giocatrici e il secondo uno staff convincente ed energico.
Il nostro campionato non è iniziato in modo brillante, ma credo che in ogni cosa e in ogni squadra esistano alti e bassi. Stiamo scalando piano piano la classifica impegnandoci in un duro allenamento e coltivando la speranza senza abbandonare un sano realismo.
A livello personale mi auguro di riprendermi completamente dopo l'infortunio e di recuperare, forse nel realizzare un buon gioco, il piacere di giocare a calcio. Caterina Kensbock".

Valentina Capezzuto

lunedì 31 gennaio 2011

Maria Ponticiello: cos'è per me il calcio? Passione, amore per la propria maglia, rispetto, disciplina e sacrificio.



Un altro contributo è stato spedito in redazione da una nostra lettrice Maria Ponticiello, anche lei giocatrice 23enne campana. La ringraziamo per il suo contrbuto alla nostra iniziativa.

"Ho iniziato a giocare a calcio un po' prima che compissi 11 anni, ora ne ho quasi 24, sono passati ben 13 anni dalla prima volta che ho preso a calci un pallone.
Giocare è un po' come evadere dalla vita di tutti i giorni, trovare quel luogo ideale dove riesci a esprimere quello che hai dentro, quello che realmente sei. Quando corri, sudi, ti alleni, si scatena dentro di te una forza indescrivibile...quella voglia di continuare anche se sei a pezzi, stremata perché sai che tutti quei sacrifici verranno ripagati in campo. E quando sei in campo vai in trans agonistica, tutto ciò che è fuori non conta, devi fidarti di te e delle tue compagne, avverti una sensazione di agitazione che trasformi in determinazione e ti lascia andare in quella partita che, non importa come andrà a finire, tu ci avrai messo il cuore.
Ho sempre giocato a 11, ma è già il secondo anno che gioco nell'Isef, una squadra di Poggiomarino di calcio a 5 di serie A. Siamo vincitrici dello scudetto e Supercoppa italiana.
Non posso che pensare che il calcio sia uno degli sport più belli al mondo, naturalmente ci sono molte, anzi fin troppe, differenze tra quello maschile e femminile. Forse principalmente sta nel fatto che nessuno investe nel femminile, di conseguenza il livello è molto basso e così facendo non diventerà mai uno sport seguito dalle persone. Il pubblico vuole divertirsi, se non ci sono strutture e attrezzature adatte non si può mai crescere. Il mondo  del calcio femminile è pieno di professionisti preparati e in gamba, ma se nessuno investe non ci sono fondi per pagare questi professionisti e nessuno lavora solo per passione.
Io ho un modo tutto mio di vedere il calcio, per me è passione, amore per la propria maglia, rispetto, disciplina, sacrificio. Non bisogna solo esser forti per giocare a calcio, chi oggi inizia a giocare da bambina non assimila questi valori che per me sono alla base di tutto. Forse proprio questo vorrei cambiare. Maria Ponticiello"

lunedì 24 gennaio 2011

Emanuela Schioppo: l’errore peggiore è pensare che quello che conta più di tutto in una partita sia vincere!



Pubblichiamo di seguito il contributo di Emanuela Schioppo, giovanissima calciatrice napoletana di 19 anni,  promessa del Carpisa Yamamay, che ha inviato in redazione il suo contributo per l'iniziativa "La testa nel pallone!".
“Sin da piccola mio nonno, mio fratello ed io avevamo una passione che ci accomunava: il calcio! Era una passione innata, che porto ancora dentro di me.
Ho incominciato a dare i primi calci ad un pallone quando avevo 5 anni, son cresciuta insieme ai miei amici giocando in piazza e per strada, inventando porte e alcune volte anche palloni di carta...
Ho giocato così fino all'età di 16 anni, poi ho deciso di voler giocare a livello agonistico e professionale. Da allora gioco in una squadra femminile di serie A2: la Carpisa.
Cercare di spiegare a parole cosa significhi per me giocare a calcio non è facile, perché alcune emozioni le puoi vivere solo giocando, solo entrando in campo e lottando con e per la squadra. Il calcio non è solo un gioco, è molto di più: è gioia, sacrificio, dolore, sofferenza...ma credo che al di là di tutto ci sia divertimento, perché alla fine l'importante è che ci si diverti.
Il calcio era ed è ancora oggi lo sport nazionale degli italiani. Nessun altro sport muove la tempra dal nord al sud, dai giovani e vecchi, dai ricchi e poveri così tanto quanto il calcio. La domenica pomeriggio diventa sempre più un pomeriggio dedicato al calcio, un festival di emozioni a cui tutta la famiglia partecipa.
Purtroppo, però, si parla solo di uno sport maschile dove tra l'altro girano tantissimi soldi: basti pensare a quanto guadagna un giocatore all'anno o semplicemente al mese. Il calcio maschile spopola rispetto a quello femminile che resta sempre più in ombra, .anzi alcuni non sanno nemmeno che esiste!
Vorrei tanto che al calcio femminile fosse data più visibilità, perché dietro ad ognuna di noi ci sono anni di sacrificio che in alcuni casi non vengono neppure ripagati. Lo ripeto, noi donne giochiamo per passione, divertimento, ma soprattutto con il CUORE....parole che nel calcio maschile non esistono nemmeno.
Concludo con una frase sul calcio letta su un libro che mi colpì molto e che racchiude tutto il mio pensiero: “L’errore peggiore è pensare che quello che conta più di tutto in una partita sia vincere. Niente affatto. Quello che conta è la gloria. È giocare con stile, con bellezza, è andare in campo e travolgere l’avversario, non aspettare che sia l’avversario a farsi avanti e così morire di noia.” (Robert Dennis da “Il libro delle liste sul calcio”). Emanuela Schioppo”

martedì 18 gennaio 2011

Roberta Faraone: il calcio è la mia passione più grande!

Ieri sera è arrivata in redazione questa bellissima mail di Roberta Faraone, una giovane calciatrice napoletana di 24 anni, che ha voluto condividere con noi la sua testimonianza, mettendo in luce anche i problemi legati al mondo del calcio femminile, soprattutto qui in Campania. Ringraziamo Roberta per il suo prezioso contributo alla nostra iniziativa "La testa nel pallone!".

"Ho iniziato a giocare a calcio praticamente da quando sono nata! Per i miei compleanni o a Natale l’unica cosa che desideravo ricevere era il pallone, con il quale vivevo completamente in simbiosi.
Verso i 5/6 anni, età in cui mi affacciavo ad una realtà diversa da casa mia, ho iniziato a giocare nel parco dove abito con i miei carissimi amici, che mi hanno accompagnato per tutta l’adolescenza. E' strano raccontarlo, ma io ero l'unica ragazza tra tanti maschi, ma non m'importava, perchè l'unica cosa che volevo era giocare a calcio e, grazie alle qualità che solo Dio ha voluto donarmi, venivo rispettata tanto quanto loro. Paradossalmente avevano di me la stessa considerazione di un ragazzo!
Solo nella fase adolescenziale mi resi conto che, per ovvi motivi fisici, ma anche mentali, non mi era più possibile giocare con coloro che fin a quel momento erano stati i miei compagni d'avventura. Fu solo allora che, grazie ad alcune conoscenze, approdai finalmente in una vera squadra di calcio femminile nonostante mia madre si mostrasse ostile verso la mia passione.
Ancora ricordo la prima volta che misi piede sul campo del "Napoli femminile" e vidi due ragazze correre x un banale riscaldamento: il cuore mi batteva all’impazzata..avevano i capelli lunghi, il seno..erano proprio delle ragazze come me!!!! Non a caso che una delle due diventò il mio "maestro",  nonché il mio idolo!
La prima grande esperienza calcistica l’ho avuta a 14 anni, età che ti permette, agonisticamente, di poter giocare. Era la mia prima squadra, le mie prime compagne, le mie prime partite...non vivevo che per tutto questo e ciò che vi ruotava intorno.
A 14 anni mi allenavo alle 21 di sera nei posti più svariati della Campania, tornavo a casa di notte e il giorno seguente mi alzavo per andare a scuola FELICE, perché nessun sacrificio valeva tanto quanto perdere la possibilità di giocare. Tuttavia, il momento + bello della mia breve carriera lo lego alla mia seconda squadra, che rappresenterà per sempre l'amore più grande della mia vita. Lì ho trovato le amiche di una vita, con le quali condividere i valori e i principi su cui ancora oggi la mia persona si basa. La Domina, nome della società, non è solo una squadra per me, ma una famiglia! Nel mondo del calcio femminile, dove purtroppo non girano molti soldi, l'attaccamento alla maglia e la passione che le ragazze hanno dentro è uno dei principali motivi su cui si basa l'esistenza della maggior parte delle società italiane.
Gli episodi che porterò sempre nel cuore riguardano un paio di vittorie in una stagione che ci portò ad un passo da un sogno chiamato serie A, ma che purtroppo svanì all'ultima giornata, e la vittoria del campionato di serie C, dopo anni di sacrifici, che ci portò finalmente in uno scenario nazionale. L’episodio più brutto fu, invece, il fallimento della nostra grande famiglia.
Le emozioni che provo quando gioco non sono facili da rinchiudere in banali parole...spesso mi rendo conto che il calcio femminile non rappresenta futuro e che sia giusto accantonarlo per dare una svolta alla mia vita. Ogni anno mi prometto che sia l'ultimo ma poi non riesco a stare lontana dal campo. Il campo mi dà la possibilità di sfogarmi, rappresenta libertà! In campo esprimo quello che sono liberamente, ma soprattutto, e credo che con questo posso racchiudere tutto quel che sento, con il pallone io sono felice e in quei momenti non mi m’importa di niente e di nessuno!!!
In un mondo sporco e bigotto non poteva salvarsi il mondo del calcio,  che sia quello maschile alla massima potenza o quello femminile: un mondo sporco, basato su interessi economici, falsità, ricatti, imbrogli quello maschile, invidia e ignoranza quello femminile. L ‘unica cosa da salvare almeno in quello femminile è la passione che spinge noi appassionate di questo sport a fare tanti sacrifici affinché il calcio non si fermi. Purtroppo si è consapevoli che il calcio femminile in un paese arretrato come l‘Italia non potrà mai eguagliare quello maschile. Per molti uomini Italiani le donne non possono essere accostate al calcio, infatti il nostro sport è poco, anzi quasi per niente, seguito dai media e dai giornali.  Ma, almeno a me, questo non m’importa..io gioco perché amo giocare e perchè senza calcio non vivo! Roberta Faraone".

lunedì 27 dicembre 2010

Intervista a Donatella Bova



Donatella Bova è stata una calciatrice di grande successo in Campania tra gli anni '80-'90. Ha vinto uno scudetto con il Campania e ha avuto una carriera piena di successi e soddisfazioni.
Ha raccontato a noi dell'apams com'è iniziato il suo percorso e quali sono state le sue più grandi soddisfazioni.

Come ti sei avvicinata al calcio? A che età? 

Dopo il girello praticamente. Ero piccolissima e ho iniziato a giocare nel mio parco al Vomero. Poi da professionista ho cominciato all'età di 12 anni e mezzo nel Giugliano, una squadra di serie A. Ero la calciatrice più piccola del torneo. Allora non c'erano veti, ora si gioca dai 14 in su. 

La tua famiglia, essendo il calcio uno sport per lo più ad appannaggio maschile, soprattutto negli anni 70’, come vedeva questa tua scelta? 

Mio padre era felicissimo, mia madre meno ma non mi ha mai ostacolato. Lei è sempre stata più titubante  non per lo sport in sé, ma per l'ambiente non proprio oxfordiano.

Come ricordi questa tua prima esperienza calciastica? 

Sono stata 5 anni consecutivi al Giugliano. E’ stata un’esperienza fantastica. Giravo l'Italia con la squadra e a quell'età è tutto una scoperta.

Quali persone sono state importanti per te nella tua carriera calcistica?

Il mio primo mister, Gennaro Di Gennaro, napoletano verace e il mio primo presidente Michele Ciccarelli. Entrambi erano educatori in primis. Sono stata fortunata: al Giugliano l'educazione era fondamentale.

Ci puoi raccontare quale episodio che ricordi con piacere?

Ce ne sono tanti, ma quello che ricordo con più piacere è la prima convocazione per una trasferta. Alcune ragazze non si erano presentate agli allenamenti e il mister senza batter ciglio convocò tutte le seconde linee per andare a giocare contro la prima in classifica, una squadra milanese che si chiamava Gorgonzola. Facemmo la partita della vita: io esordì nel secondo tempo e perdemmo “solo” 2-0. Fu una vera impresa, ma quel gesto da parte del mister fu importantissimo. Venne anche mio zio di Milano a vedermi e ne fui molto contenta.

I tuoi maggiori successi in campo quali sono stati e con quali squadre?

Nel '89-'90 ho vinto lo scudetto con il Campania, che altro non era che il Giugliano con una denominazione differente. Quell'anno facemmo la doppietta perché vincemmo anche la Coppa Italia. Poi qualche anno successivo fu un successo raggiungere un secondo posto con il Milan di Carolina Morace. Però ricordo volentieri anche un quinto posto con il Napoli (ex Somma Vesuviana), conquistato da tutte ragazze napoletane qualche anno prima dello Scudetto.

Cosa è cambiato in meglio e in peggio del calcio femminile ai tempi di quando giocavi tu ad adesso?

Il calcio femminile prima era una prerogativa del sud, ora purtroppo qui non ci sono più tante realtà.
Negli anni '80 in serie A c'erano sempre 2 o 3 squadre campane. Ora il livello in generale è salito, ma in Campania no.

Secondo te perchè questo calo?

Mancanza di volontà da parte delle federazioni in generale. Qui in Campania anche mancanza di dirigenti seri, Carpisa e qualche altra realtà a parte.

Hai smesso la carriera da calciatrice forse anche un po’ in anticipo visto le tue capacità tecniche, come mai?

Un infortunio a 33 anni. Avendo questo causato la chiusura di un'attività lavorativa, ho preferito non riprendere. Ho allenato due anni, il mio staff ed io abbiamo portato la Juve Stabia in serie B.
Poi ho preferito non continuare perché è un settore che non dà garanzie e non cresce. Però al momento sono il direttore sportivo dell'Isef calcio a 5 e lavoro presso un quotidiano come impaginatrice.

Se fosse in tuo potere farlo cosa cambieresti oggi del mondo del calcio?

Semplicemente obbligherei le squadre professionistiche ad avere un settore femminile. Per loro sarebbe una spesa irrisoria rispetto ai soldi che girano nel mondo maschile. Poi a livello giovanile
lo inserirei nelle scuole. Non ci vorrebbe molto, basterebbe la volontà da parte degli organi federali.

Valentina Capezzuto





mercoledì 24 novembre 2010

Intervista ad Alessia Tuttino


Alessia Tuttino, calciatrice italiana che gioca come mediano nella Roma, ha rilasciato in ESCLUSIVA per l’apams un’intervista prima di partire per gli Stati Uniti, dove insieme alla nazionale italiana di calcio femminile, il prossimo 27 novembre, disputerà la partita di ritorno per la qualificazione ai mondiali. 

La giocatrice si è messa a nudo parlandoci di lei, di come è nata la sua grande passione per il calcio, dei momenti più belli e più difficili che ha dovuto affrontare durante la carriera e di tutto quel che pensa del mondo del calcio in Italia. 

Alessia  è nata a Udine il 15 marzo 1983, e gioca anche con la maglia della nazionale, dove con grande qualità e spirito di sacrificio, ha saputo realizzare reti spettacolari.
Alessia inizia la sua carriera calcistica all'età di 7 anni con i pulcini e gli esordienti della squadra di calcio di Basiliano, mettendosi in luce anche con compagni e rivali dell'altro sesso. A 14 anni inizia la sua avventura nel calcio femminile con la maglia del Tenelo Club Rivignano, con il quale gioca i campionati di Serie C e Serie B. All'età di 18 anni, nel 2001, avviene il grande salto che la legherà al calcio femminile di Verona e provincia, ovvero il passaggio al Foroni Verona, dove gioca per una stagione prima di passare al Bardolino. Con la maglia del Bardolino vince tutto a livello nazionale e si conferma come colonna del club benacense e della nazionale italiana.

Com’è nata la tua passione per il calcio? 

Era già dentro di me, se si può dire così, anche perché avevo mio fratello più grande che già giocava a calcio. Fin dall’asilo non ho mai giocato con le bambole, ma il mio gioco preferito era il pallone. Direi che è stato un amore a prima vista.

A che età hai iniziato a giocare?

Ho iniziato a giocare a sette anni insieme ai maschietti. Ho giocato in tutte le categorie fino agli esordienti e i giovanissimi. Fino ai quattordici anni sono stata con i ragazzi, anche perché prima non avrei potuto giocare con le ragazze, e poi a quattordici anni sono passata ad una squadra di calcio femminile.

Qual è stata la prima squadra in cui hai giocato?

E’ stata una squadra di Udine che si trovava dove abitavo, a Rivignano, era una squadra di serie C, poi passata in serie B. Sono stata con loro 4 anni e poi sono stata acquistata dal Foroni Verona,che adesso non esiste più. Adesso gioco nel Bardolino.

Ti è mai capitato di esserti pentita di avere scelto questa carriera?

Assolutamente no! La passione è talmente tanta che quello che mi piace fare è giocare a calcio, anche se a volte penso a quello che farò in futuro, perché il calcio è una parentesi che può durare tanto come poco. Noi calciatori in mano, di materiale intendo, non abbiamo molto, quindi si possono fare delle scelte a livello lavorativo o di studio diverse.

Quando smetterai di giocare cosa ti piacerebbe fare?

In questi anni mi sono laureata in Scienze motorie e mi piacerebbe prendere un’altra laurea, quindi vorrei continuare gli studi in fisioterapia. Per ora l’impegno calcistico è tanto e quindi non lavoro a tempo pieno, ma la mia idea per il futuro ce l’ho!

Quali sono le tue prossime ambizioni calciastiche?

Se ci riusciamo, sarebbe bellissimo andare al mondiale con la nazionale, anche perché non ne ho mai giocato uno. Proprio sabato 27 novembre giocheremo la partita di ritorno con gli Stati uniti per la qualificazione al mondiale.

Ricordi un momento particolarmente difficile che hai dovuto affrontare durante la tua carriera?

Beh sicuramente l’infortunio grave che ho avuto nel 2005 quando ho rotto il crociato. Ciò non mi ha permesso di andare a giocare quello che sarebbe stato il mio primo Europeo.

Qual è stato il momento più bello della tua carriera?

I ricordi più belli sono legati a delle vittorie. Col Bardolino in particolare la semifinale di Champions League, dove abbiamo giocato davanti a quindici mila spettatori, ed è stata un’emozione grandissima. Invece con la nazionale uno dei momenti più belli è stato un mio goal che l’anno scorso ci ha permesso di vincere la partita dell’Europeo contro l’Inghilterra, un 2 a 1 su un mio goal da 30 metri.

E un momento deludente?

Il primo che mi viene in mente risale all’anno scorso, agli Europei contro la Germania abbiamo perso immeritatamente per 2 a 1 la partita che ci avrebbe  portato in semifinale.

Credi che in Italia ci sia interesse per il calcio femminile come per il calcio maschile? Se così non è, secondo te perché?

L’interesse sicuramente non è proporzionato. Si tratta di due mondi totalmente diversi, pur giocando sempre a calcio, per cui le regole, il pallone, il tempo di durata sono uguali, ma sicuramente l’interesse per il calcio maschile è maggiore, anche perché vi ruotano intorno maggiori interessi economici e perché a livello di società il calcio è visto come uno sport prettamente maschile. Devo essere sincera: negli ultimi anni c’è stato un maggiore interesse per il calcio femminile. L’ideale sarebbe che le società di calcio maschile avessero un settore dedicato al calcio femminile, per dare non solo una maggiore sicurezza economica alle calciatrici, ma anche la possibilità di potersi allenare in strutture più adeguate, e anche in caso di infortuni avere delle strutture che permettono un recupero più rapido.

Il calciatore viene spesso visto come una persona privilegiata, con un grande rilievo sociale. Credi sia uno stereotipo? Tu come vivi questa cosa?

Noi calciatrici sinceramente non viviamo questa cosa, anche perché se giri per le strade non ti fermano, non ti riconoscono. Magari per il calciatore è diverso, perché chiunque, dal ragazzino alla persona più anziana, lo riconosce.

Se fosse in tuo potere farlo, cambieresti qualcosa di ciò che regola il mondo del calcio?

Sicuramente sì! Essendo una donna cambierei il mondo di pensare e vedere le cose, perché il calcio è calcio a prescindere dal sesso del giocatore. Non c’è differenza, se non quelle fisiologiche che ci sono sempre tra uomo e donna. Il calcio è uguale per tutti!

Valentina Capezzuto